sabato 31 agosto 2013

Icona della Madonna di Valverde


In Sicilia la prima meta dell'XI secolo fu un'epoca di grandi contrasti, l'isola era occupata dai Mussulmani; ma l’esercito bizantino, nel 1038 con in testa lo stratego Giorgio Maniace, aiutato dai Normanni, riuscì a riconquistare la parte orientale, tenendola fino al 1043. Subito dopo i primi successi, i Normanni rimasero scontenti dalla distribuzione del bottino, diversa da quella originariamente stabilita, abbandonarono quindi momentaneamente la Sicilia. E' in questo contesto storico che va collocata la tradizione del Santuario di Valverde.
La tradizione popolare racconta che Dionisio, di origine ligure ed ex soldato delle truppe normanne, dopo la delusione avuta per la ingiusta spartizione del bottino di guerra con le truppe di Giorgio Maniace, si ritirò nella boscaglia etnea e precisamente sull’altipiano della
"Vallis Varidis", nel luogo che adesso viene chiamato "Fontana", e si diede al brigantaggio. Nel giugno dell’anno 1038, sul sentiero collinoso che da Catania portava all’antica Aci, a Dionisio capitò di incontrare un umile viandante di nome Egidio, devotissimo alla Madre di Dio. Il brigante minacciò di morte con un pugnale il povero Egidio, se non gli avesse consegnato tutto ciò che aveva nella borsa, ma mentre stava per porre in atto il suo insano proposito, una voce proveniente dall’alto lo fermò: “Lascia - diceva - ...non toccare il mio devoto". A quella voce Dionisio, si voltò di scatto e vide, circondata da luce straordinaria, una donna di meravigliosa bellezza, la quale continuava, rivolgendogli ancora la parola: “Deponi quell'arma e cessa di condurre codesta vita di brigantaggio". A quelle parole Dionisio capì che tutta la sua vita era uno sbaglio; lanciò via l’arma e inginocchiatosi davanti ad Egidio, gli chiese umilmente perdono. 
Dionisio, scelse ancora la solitudine, ma questa volta fatta di penitenza, di preghiera e di contemplazione. Una sera, dopo aver molto pianto e pregato, si presentò davanti ai suoi occhi una celestiale visione: era la Madre di Dio che lo esortava ad aver fiducia nella sua misericordia; lo invitava a vestirsi da penitente, ad accostarsi al sacramento della Confessione e ad accogliere la sua volontà: la costruzione di un tempio in suo onore, dove poter esercitare la misericordia verso i peccatori.
Quest'opera sacra doveva divenire un luogo di pace e un oasi d’amore. Chiese quindi a Dionisio di presentarsi al Clero e alle autorità del luogo e che in processione tutti insieme, si salisse sull’altipiano della "Vallis Viridis" dove un prodigio avrebbe indicato il punto esatto in cui erigere il tempio.
Dionisio si adoperò lietamente secondo la volontà della Vergine e poco tempo dopo, accompagnato da una folla immensa, salì verso il luogo indicato. Uno stormo di gru sovrastò subito i presenti e disegnando nel cielo il nome di "Maria" indicò con certezza il luogo prescelto per la costruzione del nuovo tempio. 
Si diede subito inizio ai lavori, fin tanto che trovandosi l'opera giunta a buon punto venne improvvisamente a mancare l’acqua, rendendo impossibile la prosecuzione dei lavori. La Vergine allora apparve per la terza volta a Dionisio e gli chiese di battere sulla roccia della grotta. Una polla d’acqua limpidissima sgorgò copiosamente.
Quest’acqua, che ancora oggi sgorga limpida e chiara, fu dal quel giorno medicina per gli ammalati e servì per ultimare la costruzione del tempio. 
Ultimato il tempio, mancava un’icona che fosse il segno della presenza della Madre di Dio in quel luogo prescelto. La preghiera di Dionisio era continua e fiduciosa. Nel nuovo tempio, la notte del sabato precedente l’ultima domenica di agosto dell’anno 1040, mentre Dionisio era in profonda estasi apparve per la quarta volta la Vergine Madre di Dio. Una luce soavissima invase il sacro luogo e una visione dolcissima si presentò agli occhi del penitente: la Vergine Maria, circondata da angeli e da armonie celesti, lo rassicurava, con amabilità, della sua protezione e della sua misericordia. La visione fu breve, ma a Dionisio fu sufficiente  per contemplare un attimo di paradiso. Poi, la visione si accostò ad un pilastro ancora ruvido del tempio e lentamente scomparve agli occhi estatici di Dionisio. Ma... la domenica mattina, il penitente, rinvenuto dallo stupore di ciò che aveva contemplato durante la notte, tornò a fissare lo sguardo sul pilastro. La celestiale visione vi si era impressa, e la Vergine Maria aveva lasciato il suo segno per sempre. Moltissimi furono i miracoli e i prodigi che avvennero da allora, al punto da rendere enorme la fama dell'Immagine.
Con l’andare del tempo la chiesa divenne insufficiente e si sentì il bisogno di allargarla. L'unica difficoltà che si presentava nel nuovo e più grande tempio era la posizione non centrale del pilastro con l'Affresco della Madonna. Spostare il pilastro era estremamente pericoloso, per il dipinto che molto probabilmente si sarebbe guastato, si pensò quindi di copiarlo sulla parte opportuna. Tutto era inutile; il pittore cominciava il lavoro e il mattino seguente lo trovava disfatto. Ci si concentrò quindi sull'unica ipotesi di muovere il pilastro, ma per quante arti si adoperassero, non ci si riusciva! Una notte, però la Madonna apparve ad un umile pastore di nome Damiano, dandogli l'incarico di riferire al clero  che si tentasse nuovamente di rimuovere il pilastro. La meraviglia fu grande quando, cominciati i necessari preparativi, si vide il pilastro muoversi da solo per collocarsi nel posto desiderato. 

Quando il Vero incontra il Buono personificandosi ed assumendo una forma comprensibile all'uomo, allora nasce il Bello; è in quel momento che lo Spirito Santo, l'Iconografo per eccellenza, traccia per gli uomini l'immagine di Dio. "Occorreva che colei che avrebbe partorito il più bello fra i figli dell'uomo, fosse lei stessa una meravigliosa bellezza." 
(San Gregorio Palamas). Attraverso questa icona, la teofania del divino, per opera dello Spirito, si manifesta nel cuore di chi la contempla; i meravigliosi tratti di Maria sono l'irradiazione sulla terra del meraviglioso splendore del Cielo. 
Sia il volto di Maria, sia quello di Gesù emanano luce, l'unica ombra è sul lato sinistro del collo della Vergine, perchè prodotta dalla Luce ancora più forte che si irradia da Gesù. Maria è così luce illuminata dalla Luce. L'Immagine diviene "Roveto Ardente", fonte inesauribile di irradiazione cosmica della Gloria di Dio. Lo Spirito agisce nell'osservatore, divenendo Egli stesso la percezione della Bellezza, Egli comunica direttamente alla nostra anima lo splendore della santità. L'Icona diviene quindi, per Grazia di Dio, un Suo strumento di salvezza, un meraviglioso poema d'Amore composto da infinite parole senza suono.  Lo sguardo dolcissimo di Maria canta l'Amore di Dio e la sua infinita misericordia. Se è grazie allo Spirito che possiamo riconoscere in Gesù il Figlio di Dio (cfr Rm 8,16), sarà sempre grazie ad Esso che potremo partecipare, attraverso la muta contemplazione della forma (l'icona), all'essenza stessa di Dio. Per San Giovanni Damasceno (Adversus eos qui sacras imagines abiciunt) l'Immagine è partecipazione al modello, al prototipo, la partecipazione è quindi somiglianza ontologica. Pur con tutti i limiti posti dall'inadeguatezza dell'essere umano, l'Icona è tensione verso il divino.
San Basilio diceva che lo Spirito, con i suoi doni, trasmette all'uomo un carisma contemplativo: porta in sé "un logos poetico nascosto", attraverso il quale l'uomo stesso può ricevere dentro di sé la Luce di Dio, può conformarsi ad essa, può esserne illuminato fino a divenirne parte, cioè può vivere pienamente la sua umanità aderendo completamente al Bene. L'adesione al disegno di Dio porta alla santificazione. Una approssimazione della contemplazione, ce la fornisce Evdokimov nel suo libro, Il roveto che arde, "L'anima trasformata in colomba di luce sale continuamente e ogni acquisizione non è che un punto di partenza, grazia su grazia (cfr Gv 1,16). Il tempo sprofonda nell'eternità quando Dio viene nell'anima e l'anima emigra in Dio." 
(P. Evdokimov, Il roveto che arde, Milano 2007). L'immane battaglia che si combatte per tutta la vita si riassume quindi nello svuotarsi della propria oscurità per farsi inondare dalla Luce, ed è grazie allo Spirito, che prepariamo in noi l'abitazione di Dio stesso. La morte "dell'uomo vecchio" diviene allora il pane amaro di ogni istante. La contemplazione della Bellezza è forza trasformatrice dello Spirito, essa apre la porta del cuore alla venuta della Salvezza, è una guida (odigitria) verso la Santità di Dio. Maria è Bellezza. Nell'Icona la Vergine appare assisa in trono, la cui rappresentazione prospettica è tipica del periodo. Il manto della Vergine richiama frequentemente il fiore a sei petali, noto come il fiore della vita, chiamato anche "Sesto giorno della Genesi", poiché ottenuto dalla 'rotazione' di sei cerchi o sfere, corrispondenti ognuna ad un giorno della Creazione; rappresenta la struttura interna del Creato ed il suo completamento. Traendo il mondo dal niente, quale divino poeta il Creatore compone la sua "Sinfonia in sei giorni": l'Hexàmeron, e ciascuno dei suoi atti "vide che era bello", si noti che nel testo greco del racconto viene usato il termine kalon-bello non agathon-buono, volendo ancora una volta richiamare la Bellezza (Evdokimov, Teologia della Bellezza, l'arte dell'Icona). Il fiore della vita è un simbolo antichissimo, che è stato trovato in tutto il mondo ed in ogni cultura. Le manifestazioni dello Spirito parlano sempre la nostra lingua ed infatti questi concetti erano ben noti e comuni nella spiritualità del tempo (XI secolo), formatasi all'esegesi dei Padri.  L'uso dell'oro e del blu scuro richiamano, come la tradizione iconografica ci insegna, la natura regale (oro) e celeste (blu scuro), mentre il rosso del vestito esprime il luogo attivo della teofania di Dio, l'Anima di Maria. E' interessante osservare come anticamente si esprimesse la Luce increata di Dio attraverso il blu scuro. Dionigi, lo pseudo Aeropagita, chiama il blu scuro "il mistero degli esseri". E' il colore della trascendenza, il meno sensibile agli occhi, ma maggiormente allo spirito. Il blu scuro vuole essere un monito ai fedeli, per far capire loro che la Luce spirituale di Dio non deve essere confusa con la luce bianca del sole: ne è un esempio l'Icona della Resurrezione, o ancora di più l'Icona della Trasfigurazione: Gesù è avvolto da tre mandorle di luce: la più interna, luce increata, è scura; procedendo verso la finitezza del mondo fisico, la luce diviene chiara nella terza mandorla. E' meraviglioso notare l'infinita coerenza dello Spirito; anche in questa immagine, assieme al rosso, il primo colore che avvolge Gesù è il blu scuro. Nell'Immagine Maria è quindi rivestita della Luce di Dio ed è proclamata Regina. Gli occhi di Maria, esattamente sulla linea di centro dell'Icona, sono assieme al volto, lievemente inclinati per mostrarci Gesù. Colei che vince il mondo con l'Amore è la sacra dimora di Dio, il trono del Dio fatto uomo; Ella sorregge il Bimbo con un cuscino, simbolo della sua regalità. Il Re assiso sul più grande dei troni, veste una semplice tunichetta bianca e presenta le gambe incrociate significando la Sua Missione salvifica. Già dall'epoca classica il bianco era un colore consacrato alla divinità. Pitagora ordina ai suoi discepoli di portare vesti bianche per cantare gli inni sacri. L'irradiamento del bianco trasmette purezza e calma più di ogni altro colore; nello stesso tempo contiene un dinamismo che colpisce gli occhi come i raggi del sole. Mentre Maria è rivestita della Luce di Dio (blu scuro), Gesù è la Divinità. Il velo bianco che Maria porta sul capo ne simboleggia il fiat, la Sua accettazione della Volontà di Dio, già dall'Annunciazione. I pensieri e la volontà di Maria si conformano a quelli di Dio e di questi si vestono. La mano destra di Gesù benedice, mentre l’altra accarezza una piccola gru pellegrina, ricordo del miracolo, ma anche simbolo dell’anima smarrita che trova rifugio e protezione nelle amorevoli cure di Maria. 
Il nimbo di Gesù presenta, stilizzata, una croce greca. Il nimbo della Madre, in forte analogia con la mandorla di sole, che nell'altra notissima rappresentazione acheropita (non dipinta da mano d'uomo) di Nostra signora di Guadalupe la avvolge interamente, prefigura la missione Salvifica della "Donna vestita di sole" dell'apocalisse. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 
(Apocalisse 12,1-2). Le linee mediane dei due volti sacri, quasi parallele, formano un angolo il cui punto di convergenza è posto esattamente sul Cuore di Maria, possibile prefigurazione della richiesta della Madonna a Fatima, di consacrare al Suo Cuore Immacolato, punto di convergenza dell'umanità, il mondo intero. Ecco come l'Icona diviene linguaggio dello Spirito, Sua manifestazione, ecco come lo Spirito attraverso i simboli dell'immagine, parole mute che parlano al cuore, ci spinge a superare i limiti del finito; Egli col "dito di Dio", scrive nel nostro animo il meraviglioso piano della Salvezza, facendoci comprendere quanto ne siamo partecipi, come ci abbia scelti uno per uno, ma soprattutto, quanto possa amarci fino al sacrificio del suo unigenito Figlio.


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